4 com

[x.y.u.]

Sono sempre a testa china sulla stesura del libro. Sta prendendo forma come si dice, ha una colonna vertebrale, ha un cuore. Naturalmente vuole essere nutrito: più lo faccio con regolarità e costanza più lo si vede crescere e pulsare, ovvio, naturale. A un certo punto la pagina bianca ha cominciato a fare le bizze. Rimaneva bianca e non fioriva, non era più quell’humus dal quale le cose venivano fuori alla prima goccia di pioggia ma piuttosto uno spazio muto, un terreno esausto. Mi sono accorto allora di avere accumulato in memoria un bel po’ di materiale e ho cominciato a lavorare su quello, pensando che fosse materia densa, da diluire e far levitare, da far crescere su se stessa per poi lavoraci su di lima e di scalpello. Le pagine hanno ripreso a crescere, come se ogni riga di cui erano composte avesse avuto a sua volta la capacità di allargarsi ed esplodere. Le cellule hanno ripreso a moltiplicarsi, la sostanza ha ricominciato a suppurare, a fluire.
Fin dall’inizio ho avuto come la certezza inconscia che tutto ciò che sarebbe venuto fuori avrebbe avuto un marcato carattere magmatico. Prima di tutto perché è tale la natura del mondo interiore: ogni suo luogo, ogni sua creatura, altro non sono che creazioni provenienti da una materia fluida e incandescente, che ha potuto trovare forma soltanto dopo una serie innumerevole di cambiamenti e rimescolamenti, di assestamenti e raffreddamenti. La mia stessa scrittura ha ereditato tale carattere: spesse volte la si vede generare la narrazione soltanto dopo un processo di solidificazione, la si vede comporsi e strutturarsi per poi mutare di nuovo in una natura liquida e tuffarsi in un alternarsi di luci ed ombre, oscillando tra stati di coscienza sommersa, obnubilata e stati di lucidità risorta e rafforzata, riacquistata. Sono dinamiche a cui cerco di fare riferimento costante sostanzialmente per un motivo: perché sono le stesse attraverso le quali ogni uomo e ogni donna, da sempre, sono costretti a passare quando si trovano a compiere una qualsiasi intima evoluzione, una guarigione, una conquista o un cambiamento interiore in generale.
E fondamentalmente il libro parla di questo.
Dicevo del materiale accumulato: soltanto dopo ho cominciato a pensare ad una sorta di traccia con la quale organizzarlo e strutturarlo. Forse questa era un’operazione da compiere più a monte, ma nella mia inesperienza ho voluto dar prima spazio al caso e a quella componente irrazionale che spesso è il combustibile di tanti bei pastrocchi creativi. Solo più tardi mi sono riservato il privilegio di dare una passata di shit detector alla roba che era venuta fuori: è un’operazione sempre necessaria, difficilmente il metallo prezioso lo si trova allo stato puro, ma piuttosto fuso e mischiato con tanta altra roba che toccherà scartare. Non è sempre piacevole estrarre la roba buona e gettare il resto, soprattutto se lo fai su una pagina che hai scritto di recente: magari per quelle quattro-cinquemila battute hai speso una mezza giornata, ed è più che sacrosanto che ti girino le palle quando ti accorgi che se ne salva, quando va bene, soltanto un terzo. Allora preferisco tirar fuori le forbici per pezzi un po’ datati, vuoi perché così ho dimenticato il tempo che mi ci è voluto per scriverli, vuoi perché l’aurea regola di far decantare per un po’ le cose è sempre valida. A questo punto c’è ancora molto da fare: le pagine che ho in mano hanno bisogno di un mucchio di ritocchi ed interventi, a queste ne debbo aggiungere altre; alcune verranno fuori sicuramente per “lievitazione” altre, si spera, compariranno piene e brulicanti quando fino a poco prima erano candide e deserte. In tutta sincerità non so di quanto altro tempo avrò bisogno per chiudere la cosa: potrei dire sei mesi, un anno o due, ma tra le tante cose che non so fare c’è anche il rispettare le scadenze. Forse lo si è capito che non mi piace avere il fiato sul collo: perché correre e sbattersi tanto quando poi, tutto ciò che è evoluzione, conversione e creazione, altro non è che è un incantevole, misterioso elogio della lentezza?
Read more »
4 com

[Questo e altro]

Dovrebbe venirmi il magone a pensare a come, più della pagina scritta, tirano e rendono tanti altri mezzi e altri mondi, a come il loro potere di intrattenere e rappresentare appaia estremamente più fascinoso della lettura. Dovrebbe venirmi il magone, ma non succede. Non perché sia convinto di chissà quale potenzialità o prerogativa esclusiva della parola scritta, quanto perché scrivere è la cosa che mi riesce meno peggio delle altre. Meglio questo che niente, penso insomma per tirarmi su. Come sanno gli aficionados, quel che ho da dire lo sto riversando in un lavoro del quale poco ho detto se non che sarà un romanzo. Finora il personaggio è uno solo, e con tutta probabilità, sarà lui il protagonista. Se ne aggiungeranno degli altri ma so già che alla fine il motore di ogni cosa sarà lui solo, con tutta la mole di mondo interiore che va spargendo intorno ad ogni passo. Non voglio dire molto di lui, per non rovinare la sorpresa, se non che già al mattino, appena sveglio, è piegato sotto il peso degli incubi notturni; a mezzogiorno è alla sua quindicesima sigaretta e per tutta la giornata non fa che andare alla ricerca di pezzi con cui ricostruirsi, riappropriarsi della vita e di un futuro che, da qualsiasi parte lo si guardi, non lascia presagire nulla di buono. Ancora un barboso omaggio alle paranoie e agli sbrocchi dell'uomo moderno? L’ennesimo poema/monumento alla follia? Vorrei che non lo fosse, ma può benissimo succedere che alla fine lo sia. Sto tentando di stare alla larga da ogni compiacimento o frequentazione morbosa della tematica. Ciò che ho a cuore è che comunque venga fuori una stella in più nel cielo di chi naviga o navigherà per analoghi vissuti. Magari per dare davvero una mano, forse, sarebbe meglio gettarsi in tutt'altra impresa: farsi in quattro contro l'uso di ogni tipo di droga, per dirne una, così da eliminare quella che è la prima causa del manifestarsi di patologie come psicosi e depressioni. Ma rimarrebbe la categoria di coloro che sono nella corrente, nel punto dove l'acqua è più nera e più profonda, dove il gorgo è più vorace. Quando il pensiero va a costoro la scrittura si scioglie di remore e complessi; stili, strutture e quant’altro non hanno più molta importanza: c'è soltanto quest'uomo che ama accenderne una con la cicca della precedente, che mette su gli anfibi negli inverni come nelle estati, la sua ricerca continua e ossessiva di uno straccio di prova della reversibilità del suo stato, della reale possibilità del ritorno. Spendo il tempo ad affidare alla parola la testimonianza di come tale ritorno si sia pienamente realizzato, di come la vita abbia attecchito in quello che sembrava il luogo più infecondo dell’intero universo; se poi qualcuno pensa che ci si possa mettere in piedi una serie tv o un videogame o al più un giuoco da tavolo si faccia pure vivo.

in foto: green liquid sky
Read more »
0 com

[Mi è venuta voglia di cinguettare un poco]

Mi trovate qui, ma l’astronave madre continua sempre ad andare.
Read more »
2 com

[Idee per un guitar hero della mente]


Qui sembra tutto fermo ma in realtà non lo è. Intanto un grazie a chi, nonostante la bassa frequenza di aggiornamento, continua a bazzicare da queste parti. Tornano e ritornano su vecchi e ancor più vecchi post e questo mi fa assai piacere. In cantiere c’è sempre quel polpettone che vado chiamando romanzo, tra magre creative e sirenidi richiami del mondo esterno si va comunque avanti. Posto meno sul blog perché tutto ciò che sta venendo fuori ora si canalizza nel mio progettino. Ci sono anche le magre ma le crisi creative fanno parte del gioco. Secondo me sono fisiologiche: prima me ne facevo un cruccio, ora ci convivo approfittando per staccare un po’ la spina. Magari esco a fare due foto e spezzo così temporaneamente quel legame simbiotico, a volte a ridosso della fissa, che mi si crea con la scrittura.

Macchine non siamo e per scrivere non abbiamo, ancora e per fortuna, tra le mani software capaci di assistere il processo creativo continuando a nutrirne e dettarne il divenire fintanto che arriva la corrente. Come tanti suoi fratelli che vanno già sulle gambe, un tale programmino garantirebbe il solito risultato finale scintilloso e perfettizzato, senza sgarro alcuno e con tutte le carte in regola per essere accolto nel pantheon dei prodotti ultimi. Per come amano correre le cose di oggi, è probabile che già da un pezzo stiano pulsando da qualche parte algoritmi capaci di mettere in piedi trame e caratterizzare personaggi, ciucciare in entrata materiale grezzo e buttar fuori strofe e capitoli, dialoghi e digressioni perfettamente rispondenti a settaggi e parametrizzazioni decisi a monte. Voi che dite, l’idea vi alletta? Tanto di cappello a chi riuscirà a sfornare una applicazione simile. A quel punto se si vorrà preservare la scrittura “biologica”, bisognerà costantemente tenere un occhio alle percentuali in cui la macchina e l’umano parteciperanno alla miscela demiurgica che avrà dato vita all’articolo, al poema, al romanzo. Ma la scrittura ha davvero bisogno di restare prerogativa umana?

Non ho l’occhio abbastanza lungo per immaginare una risposta, ma da persona che dice di amare l’imbrattare fogli, troverei frustrante, e non poco, attribuirmi la paternità di un qualcosa venuto fuori con la complicità invasiva di un processo automatico. I figli c’è più gusto farli alla vecchia maniera insomma: con molta probabilità non vedrò fruttare un solo centesimo da questa scellerata attività, ma almeno la soddisfazione che buona parte di essa è farina del mio sacco e sudore della mia fronte vorrei averla. Inoltre come molti altri esemplari della mia specie dissennata vorrei che, una volta tornato alla polvere, di me rimanesse una traccia vera ed autentica, con il mio odore addosso e risuonante della mia voce, intrisa dei miei vezzi e dei miei entusiasmi, dei miei fiaschi, delle mie corna rotte e delle mie aurore. Vorrei che alla fine fossero stati impressi su foglio quante più facce del diamante, quante più mappe di questo mondo che si agita dentro ad ognuno in modo diverso, irripetibile e unico. Potranno battaglioni di algoritmi e fiumane di codice garantirmi tutto questo? Anche se mi regalassero chiavi in mano la perfezione del risultato, rinuncerei. Non so che farmene della perfezione. Io non sono perfetto, io non so da che parte cominciare per fare i soldi, non so fottere il prossimo per arrivare e voglio che questo si sappia e si senta: mi basta essere così come sono per rappresentare alla perfezione la mia imperfezione. Mi piace andare avanti anche se tante volte c’è da farlo a testa bassa, sputando sangue e coltivando un briciolo di fede in ciò che faccio. So anche molto bene che tutto questo può non bastare, ma voglio comunque andare avanti perché tante altre volte tutto questo si è rivelato invece fondamentale e vitale perché la palla entrasse.

Ho detto di come temessi di andare a disseppellire vissuti tenuti blindati, ed il timore era fondato nella misura in cui quelle zone non erano state metabolizzate, rielaborate ed adeguatamente risolte nella loro natura dolorosa. Aspettare, perdere tempo nell’oggi mentre altrove un lievito ancestrale e innato faceva il suo lavoro, mi ha aiutato a compiere i passi necessari, trasportato dalla corrente in uno stato di semiconsapevolezza mentre intanto la materia emotiva mutava: era magmatica e bisognosa di raffreddarsi, sedimentava lontana da qualsiasi ulteriore speculazione per rivelarsi infine materiale maturo ed essenziale, scevro, pronto ad essere raggiunto attraverso il racconto, la rievocazione scritta ed essere quindi posato entro una stanza con porte e finestre spalancate; aria fresca libera di circolare, occhi e orecchi liberi di entrare e uscire, sbirciare o attardarsi in osservazioni più profonde e coinvolte. Se ieri temevo di non ricordare tutto e bene, oggi so che comunque c’è in canna l’essenziale, il dito fermo sul grilletto e la netta volontà di costruire il libro tenendo a mente i passi sui quali si sta costruendo l’uomo. Nessuna lacerazione o crollo o fallimento hanno il potere di arrestare il processo, proprio perché queste sono il processo stesso, l’humus sul quale coniare alfabeti e tracciare geografie, la vena buona del giacimento individuabile soltanto attraverso la sonda dell’umano pensare e dell’umano sentire. Altrimenti intangibile, irrappresentabile, irriproducibile.


Read more »
2 com

[vampa #127]

Stilita raccolto in contemplazione sulla capocchia di spillo del pianeta
l’ultimo uomo batte la strada disposta
corpo redento di spazio finito per infinite possibili resurrezioni
ubriaco soltanto dell’odore del vento che sferza da nord

Quando i destini erano intrecciati come fili di rame
si copulava compenetrando in cavi coassiali
si veniva alla luce per aver eluso ogni fattore di rischio
Ancora con gli occhi orientati verso l’astro tecnocrate
i fantasmi della grande autostrada mummificata osservano la marcia insensata

Avranno un senso le onde sferiche cariche di pianto geroglifico
Scie di comete antropomorfe sudore freddo e rituali scolpiti nel bit
comporranno le cronache della costruzione di torri fondate sull’oblio di Dio
Le raccoglieranno occhi e orecchie unte dello spirito
e le decodificheranno restando sospesi nel cerchio di oscurità
fino a che sarà decaduta anche l’ultima goccia di radiazione residua

La consunzione sarà caduta in letargo.
Dormirà nei condensatori. Abbaiata.


Read more »
0 com

[Dalla bocca di un distributore automatico di sigarette della SS16 c'è Joshua penzolante]

Le microcenturie lo hanno accolto qui.
Read more »
0 com

[Riuscivo a liberarmi per dei lassi infinitesimali dalle viscere dell’ossessivo scrutare, dal protrarsi del decubito e della mummificazione: un caldo drappo di sole. Questo a me bastava]

Read more »
4 com

[Joshua]


Caro Amico,


Io penso che Tu dovrebbe sapere che io da posto lontano ed io vivo in grande citta e Lui vive in me ed io in Lui. Il mio nome è Joshua posso uso del computer dopo il lavoro, quando possibile. Ho trovato il vostro indirizzo e ho deciso di scrivere questa lettera perché visto che gente disperata pensa più che io potessi essere correttamente la unica persona con cui potrebbe gettare nel destino!

A causa della crisi finanziaria della fede improvvisamente forse perso il lavoro e la nostra situazione diventa molto difficile. Noi ricchi con preghiere e dell’amore ci mangiavamo e scaldavamo soltanto con questo davvero, ma nessuno ora ama e prega più. Il clima e` molto freddo qui e la radio gia` dire che la temperatura nella nostra regione saranno fino a meno 25 gradi Celsius a settimana prossima. Un freddo così lo sentito soltanto sulla croce Siamo molto paura. Non so cosa fare e ho deciso di fare appello a voi per un piccolo aiuto.

Io so che Tu sei uomo che sa fare molte cose e sai prevedere le stagioni e contare le stelle del cielo quindi sicuro capirai anche questo Ed io non chiedero Lei mi aiuta con soldi. Io vorrei soltanto lei ogni tanto pensare a me e le sue preghiere e niente altro sa? Io tentero moltissimo per questo. Io ho intenzione molto seria Io amo follemente e all’infinito e tu sei stato fatto con una piccola mente per capire ma una grande cuore per amare il Padre mio

Dunque. Io oggi lavora come seminatore. Spero vivamente che tu sei in la terra buona per avere questa parola che sai certi tempi cade lungo la strada per essere divorata oppure fra i sassi quando il sole la brucia oppure soffocata dai rovi e dalla abbondanza.

Per favore fatemi sapere se potete aiutare

Da tutto il mio cuore vi auguro tutto il meglio nel nuovo anno 2010! Mi auguro che il nuovo anno vi portera` gioia, buona salute e tutti i tuoi sogni diventano realta`!

PS. Ho tradotto questa lettera con il traduttore di computer e per favore
di rispondere in inglese, perche' 'ho studiato l'inglese a scuola
e io non conosco la lingua italiana. Se si risponde in italiano,
?Non saro` in grado di capire voi e risposta alla Sua lettera. Grazie.

Joshua.

Read more »
5 com

[amavo starla a sentire giusto vagando nel folto di fronde In Delirio]

Read more »
6 com

[Good morning my only blue sky]


Ed è vero: è come essere disarmati se non si ha la giusta dose di siero letale raccolta in una sacca impenetrabile, pronta ad ergersi sulle molle e gli ingranaggi inossidabili. Altrimenti saremmo stritolati, fagocitati e digeriti e una volta fuori non avremmo nemmeno più gli avari riflessi di questo cielo guasto. Coperchio ben saldato sul calderone sferzato dalla pioggia e dalle indifferenze, dall’abitudine al brutto e all’ingiustizia, dal dire sì sempre e comunque anche quando è la tua pellaccia che chiedono senza tanti complimenti. Cielo figlio di puttana, moscio e cupo giorno replicato a oltranza -merda- globulo di metallo scatarrato di un colore spento iniettato nelle strade, virus yes man con la fregola di ascendere verso i più alti cieli dell’evoluzione. È vero, ne abbiamo le palle piene sia te che io: per questo non voglio maledire più di tanto l’orologio dei sistemi, il traffico, le nuvole e la loro tinta sfigata: come il resto, tutta roba comunque soggetta a consunzione. È mattino. Buongiorno, mio unico cielo azzurro.

La foto: High hopes (Sunbeach, 2007). Non ricordo il nome del grand’uomo autore degli aquiloni. L’ho conosciuto una domenica pomeriggio che stava sulla spiaggia a far prendere aria alle sue creature. Mi disse che le costruiva per diletto ma che di mestiere faceva il muratore. Ha scaricato il progetto di un giapponese e poi ci ha messo un po’ del suo. Mi pare che alla fine fosse riuscito ad attaccarne assieme più di un centinaio: nonostante il peso di non so quanti chili complessivi, volavano che era una meraviglia.

Read more »
3 com

[vampa #122 - comete antropomorfe]


Falce di luna crescente e sfregiata, maculata come fosse di pietra. L’idea che si tenterà il colpaccio domani o dopodomani o il giorno dopo ancora. Avere gli occhi addosso innervosisce così come dover rispettare una scadenza regala una morsa alla gola. Comete antropomorfe ovunque a rischiarare pagine e pagine, le stanze che danno da mangiare e si vorrebbe vederle disintegrarsi all’istante: schedari, vaccinazioni di massa, paranoie anti CO2 e mastodontiche botti di amuchina. Guardarle per un po’ in quei loro occhi minuti forse stretti per l’accelerazione -le labbra serrate o adagiate su di un sorriso di lama- da l’illusione di fendere anche i veli più pesanti ed oleosi -Le carni arrostiranno su griglie improvvisate dopo che del resto superfluo ed opulento non sarà rimasta pietra su pietra-. Bulbi oculari scolpiti nel marmo in due millesimi di secondo, dopo millenni non hanno esaurito un grammo di bagliore. Non decadranno, saranno eterne come gli atomi di idrogeno. E splenderanno. E correranno. Sulle superfici abitate e nei cuori palpitanti e ancora più dentro riusciranno ad infilarsi grazie alla ridotta resistenza all’ombra, grazie alla velocità impressa loro dallo schiumante mare dei primordi. Il mare che vuole mangiare e portare, che vuole uscire come viene viene senza rogne intorno, in silenzio o con il più immane dei fragori. Le corna rotte, l’abbraccio che resiste anche all’acciaio, i distorsori al culmine.

In foto: code_di_comete_notturne_catturate_in_tempi_di_scatto_ampi_e_negate_:saturazione_ intatta.

Read more »
0 com

[Corrosion in the pink room]

Amo follemente il vagito cinquantasette ottave sopra l’universo vergine avendo carta bianca su tutto, nessuno alla porta contratto in mano, nessuno con un filo di fiducia la fonte bruciata la sua mente andata -egli- la musa definitivamente ascesa in cielo non ancora trascesa nella sua definitiva quintessenza di martellio interno rimorso dai denti d'oro –tanto, troppo oro- denti aguzzi di diamante pazzo diamante all over ed ora palle in mano e testa bassa a macinare echi e corrodere stanze semi marcescenti, avanti, lascia che ci sia più luce. Avanti.

Read more »
0 com

[vampa #120 – rosso dea, altre labbra]


Ma la tua bocca sapeva d’arancio e quattro uccelli hanno volato in colonna tra il grigio e le schiume, dalla gobba del monte alle cime degli alberi maestri. Di segni capaci di rovesciare ogni cosa, anche i più ostinati destini, ne abbiamo piene le tasche. È qualcos’altro che manca, ed è un orgoglio bianco a fomentare fuoco passando alla calce ogni angolo. Prendo l’aria dal naso e mi rinvengono dentro cose come lotta e immortalità. Cose che a te non piacciono. Non chiedo segni se non per chi vedo con il fiato corto e la faccia nel fango.


La tua pelle di pesca, la prima neve che vidi. Sei alle mie spalle e ti eclisso la stella che mi ha reso miscredente.

In foto: rosso dea (dettaglio)
Read more »
0 com

[grosse patate all'orizzonte del Kashmir]

Read more »
0 com

[vampa #118 - post orgasmic chill]


Mentre rimetto i calzoni tutto ripiomba in un blocco marmoreo, giusto qualche segno di scalpello in superficie, gelo alla frontiera dei morsi. E quando dico tutto parlo di sguardi che non si incrociano se non per vedere se dall’altra parte sventola un drappo di soddisfazione e dei rami immobili là fuori al gelo pure loro e delle lenzuola e delle cicche. Tutto, tranne i giacinti accanto alla sveglia che soli rimangono assetati di luce tesi a macinare linfa e pigmenti. Cosa pretendevamo dunque? Che all’improvviso la campana di piombo si fosse squarciata di azzurro? O che in un’ora soltanto - una volta accettata la fine delle cose e della materia animata e senziente- qualcosa fosse tornato vivo a camminare in mezzo a noi? Un’ora di vita. Da scontare per questa solita morte che ogni tre giorni si rimette a nuovo.

In foto: mercuried liquid sky
Read more »
0 com

[vampa #117]



Vale più una preghiera. Le ore sedimentano, il fondale del disordine si innalza in vesti logore di luce residua, continente obliato, magazzino lustro di acciaio e ignavia – colpa di questa città- dice lei – non mi dà stimoli, non mi lascia andare- e nemmeno le fa vedere nelle superfici specchianti come è realmente: una lepre tremante nella sua tana di oblio. Amava chiamarla “autoterapia” quella fossa umida che ogni volta scavava nella stanza dal soffitto alto, l’odore del cane e anche la voglia di cucinare qualcosa di buono sembrava fatta di ottone, sbiadita, ridondante. Saranno rimaste le efelidi, il resto non voglio nemmeno pensarlo sebbene lei lasci intendere che sta lì caldo e pronto, quel suo vuoto di ametista. Quel vuoto di serratura con la chiave appesa a un vecchio rivolo di fame, immobile nella concrezione di silenzio, veglia libido diffusa vapore in attesa di condensare. Carne, martello cupo, dedalo di svolte cave e insazie.

In foto: pelle, luce. Sunbeach, faro molo sud (2008)
Read more »
0 com

[sana follia]

Il giorno della mia...


Read more »
3 com

[Due sogni]


Vedo ora un cielo terso che si incurva sulla catena verde dei monti, anni luminosi, tutto per un niente e il cordone ombelicale intrecciato di giunchi che ci teneva legati assieme. Grida di giubilo, abbracci sinceri. C’è anche il sapore dell’uva, riuscite a sentirlo? Riuscite a sentire l’aria che sferza i cipressi e che romba tra i faggi? I canaloni satolli di pietraia, la gran cagnara delle pietre che rollano e si scapicollano con noi, tutti giù verso il grembo delle valli. Da qualche parte ci dovrebbero essere i segni lasciati dalla fine dell’infanzia. Si vedono a occhio nudo, come una linea nera di marcio sul fianco dell’argine. La piena è arrivata fin dove le mani non hanno più voluto ghermire la riva. La luce filtra dalla finestra nettata dal gelo e dalla neve e ognuno è alle prese con un set nuovo fiammante di pienezze ed euforie. Tutto in discesa ora che al posto degli avambracci lunghe lame lucenti fendono l’aria e aprono gole. Poi è stato il parto indotto, la metamorfosi. C’è l’orifizio ancora praticabile lasciato dall’epidurale, le dipendenze vi hanno banchettato indisturbate. Domani di buon ora mi siederò lì a due passi e ricomincerò a dire delle genesi e dei tramonti che vi si sono succeduti. Chiunque sarà libero di infilarci il dito. Chiunque sarà sconsigliato dal farsene uno uguale. […] Ma ora mi interessa andare più avanti fino al punto in cui l’innocenza ha iniziato a dissanguare. Mi sono ritrovato impastato di sogno con il suo corpo agonizzante tra le braccia. Aveva capelli rossi, lisci, labbra scure e pronunciate. Per tutta una notte avevamo attraversato assieme vie deserte che si aprivano tra grigi alveari popolati da cecchini arruolati dopo cicli di sessioni motivazionali di mezz’ora l’una. Mentre lo sorreggevo, il suo corpo si faceva sempre più bianco e leggero. Le efelidi le spiccavano sul viso, sentivo che da un momento all’altro sarebbero diventate principi di decubito. Il suo collo si allungava e si snodava all’indietro quasi volesse scendere a terra sottoforma di un fiotto freddo e lattiginoso. Lei era anche mia madre ed io dovevo correre all’impazzata perché altrimenti sarebbe morta. Da un momento all’altro […]

Read more »
7 com

[Le tele]


Ora c’erano soltanto le poche luci della strada che filtravano dalle persiane. I loro respiri si erano fatti sempre più lenti, schegge di luce e danze d’ombra lambivano le tele. Sepolte sotto la loro notte ferma assistevano al loro abbraccio che andava a sciogliersi. Nella quiete della stanza si sentivano rinfrancati, la presenza dell’altro per una pura sensazione di pelle era rassicurante per entrambe. Tra le crepe di un’armatura si rifugiarono le edere, un notturno ebbe scosse le cime dei cipressi. Le disse che se voleva poteva accendersi una sigaretta: per un po’ tentennò sotto le sue insistenze, poi cedette. Frugò nella borsa, tirò fuori pacchetto e accendino e accese. Anche la candela che stava zitta da una parte ebbe un poco di quel fuoco. Un angelo si ribellò mentre cavalli alati si imbizzarrivano sotto il plenilunio. Il grano alto di una landa azzurra si popolò di creature dagli occhi di brace. Mentre cercavano qualcosa da mettersi addosso parlavano di cosa avrebbero fatto il giorno dopo. Se sarebbero rimasti lì, a godere dell’adorabile ospitalità di quel sottotetto zeppo di quadri, o se invece sarebbero di nuovo tornati in groppa all’auto e partiti per chissà dove. Non riuscivano a decidersi, nessuno stava loro correndo dietro, e poi, perché mai sforzarsi di trovare una risposta proprio lì in quel momento? Sembrava di essere in mezzo alle vele ornate per la festa del ritorno, stordite dal pensiero di pesche miracolose. Lui la guardò alzarsi e passare lentamente sulle folle ossute di betulle argentee, sulle danze preistoriche che inondavano ponti istoriati di alfabeti embrionali. Poi la vide voltarsi verso di lui, un demone aveva fatto i bagagli ma era tornato dopo un minuto. L’ombra del suo capo risucchiò tribù perdute e lucertole dei cieli australi. Si sentì presa da una tenebra straniera. E chiese pretendendo che lui capisse al volo: – Cosa pensi di fare? - Si fissarono e le pareti intorno sfocarono, quasi scomparvero senza più un’anima. L’alfiere smise di pizzicare il liuto. – Le dirò come stanno le cose. Tutto qui.- Il burattino mentì a se stesso e fu inghiottito nel ventre della metro.

In foto: discéndere v. intr. e tr. [lat. descendĕre, comp. di de- e scandĕre «salire»] (coniug. come scendere). – 1. intr. (aus. essere) Forma meno com. di scendere, nel sign. proprio di andare giù, venire giù (d. dai monti, dall’albero, da cavallo, dal treno; d. nel pozzo, nella miniera; d. a valle; fig., d. nella fossa, nel sepolcro, morire) e nei sign. estens. di declinare, essere in pendio (il poggio discende gradatamente verso il piano), tramontare (detto degli astri), abbassarsi (detto di temperatura: il barometro continua a discendere). È però più com. di scendere, oltre che nelle frasi Cristo discese all’inferno, Enea discese nell’oltretomba o agl’inferi e sim., nel sign. di avere origine: discendeva da nobile famiglia; si vantava di d. da stirpe principesca; e, in musica, in quello di dirigersi, di una melodia o di un intervallo, dall’acuto al grave; è inoltre esclusivo nel sign. fig. di seguire, conseguire (intr.), in espressioni come: ne discende che ...; l’effetto, la conseguenza che ne discende ..., e sim. 2. Sinon. di scendere anche nell’uso trans.: d. le scale; d. il colle; e la danzante Discende un clivo onde nessun risale (Foscolo); fig.: Già discendendo l’arco d’i miei anni (Dante).

(Perugia, 2006)
Read more »
1 com

[Crash test]


Esasperazione moneta sonante faremo cena ci prenderemo intensamente poi faremo una dormita sveglia alle dieci partenza, vento nelle narici cappuccini fumanti cielo terso – il frame impigliato, la scena era più o meno questa: una pinta di birra scagliata con tutta la forza contro la parete di specchi e bottiglie- lanciati a tutta velocità, la stella verde veglia sul nostro capo, la stella è verde e azzurra, pulsa al ritmo delle motrici lontane andiamo più veloci della luce medesime coordinate di sempre. I corpi ansimanti il lenzuolo della notte e degli ulivi argento muto, soltanto il fruscio, silenzio, orecchio teso tempo infinito, due tre giornate intere da sputtanare fissando il cielo e i campi senza sentirsi in colpa, trasmissioni radio promozione sulla pasta integrale cerchi in lega, ecco le mie chiappe bianche ho voglia di sputare in faccia a qualcuno –personaggi ottimi, materiale infimo e promettente nel congelatore, non perderanno affatto tutte le loro proprietà organolettiche- sputare dicevo mi alleno con l’asfalto, nessuno mi guarda carico lo scaracchio e via, via, sempre più lucido plasmato di luce e tutta una serie di buone ragioni per rimbrottare il freezer, non mi è mai capitato di trovare abbastanza calma per dire ogni cosa, anche quando eravamo al tavolo con quella città che vomitava grottesche figure di papponi sbroccati troie e cameriere che con una mano servivano e con l’altra sferravano colpi alla cieca. La voce mi si ruppe, tornai anch’io all’istante in quella fiumana di assurdo, casi umani, voglia di alzare la testa caricato a pallettoni ma niente in confronto ai pover’uomini che scalpitano nei box, erotomania bandiera a scacchi la foia di arrivare ossessionati dal nulla che ribollisce dentro e non basta certo la carta di giornale e la capacità di camminare sui cadaveri per nasconderla –puntat, mirat, fuoco- teste vuote che esploderanno ogni volta che si spaginerà il frutto di questa urgenza: potrà essa avere corpo e fascinazione andando ancora avanti? Non importa velocità sfilza di piombo impellente solo se pompo in questo modo la materia suppura, parcheggio libero polluzione notturna alla luce di un lampione, pompare e basta sempre così e fanculo, un genere di scaracchiata dal nome non ancora coniato, pappa musicale farcita di lamette frantumi ed ametista –avrà la pelle profumata, come si suol dire il ritmo nelle vene- poi che mi si pesti a sangue montatemi e rimontatemi a piacere ho due anni appena e nemmeno un dente, mi cago addosso per un niente ma incasso da dio. Mi dichiaro definitivamente fuori dalle palle dalla corsa agli armamenti, ho la storia e mi si drizza solo a questo modo –il giacimento del seme dormirebbe altri mille anni e non andrebbe a male- ecco, il boccale ha finito la sua corsa, respiro a fatica, occhi su di me ho fatto passare la voglia a quei figli di cagna, il conto grazie spiccioli per la birra e un verdone di mancia per i danni, belli a vedersi, belli a sentirsi mentre esplodevano, una differente immagine in ognuno dei frammenti, vite di frazioni di secondo concesse extra time, il volo la caduta il pavimento tintinna: questa è musica e qual è il suo nome non ha importanza, sento che ha un tiro, mi piace il suo tiro fa correre le lancette, notte fonda coperta calda le luci del parcheggio serbatoio satollo e la valigia pronta. Non penso più di essere l’ultimo uomo sulla terra. Date una ramazzata, raccogliete voi i pezzi. Vado.


Read more »