[Idee per un guitar hero della mente]


Qui sembra tutto fermo ma in realtà non lo è. Intanto un grazie a chi, nonostante la bassa frequenza di aggiornamento, continua a bazzicare da queste parti. Tornano e ritornano su vecchi e ancor più vecchi post e questo mi fa assai piacere. In cantiere c’è sempre quel polpettone che vado chiamando romanzo, tra magre creative e sirenidi richiami del mondo esterno si va comunque avanti. Posto meno sul blog perché tutto ciò che sta venendo fuori ora si canalizza nel mio progettino. Ci sono anche le magre ma le crisi creative fanno parte del gioco. Secondo me sono fisiologiche: prima me ne facevo un cruccio, ora ci convivo approfittando per staccare un po’ la spina. Magari esco a fare due foto e spezzo così temporaneamente quel legame simbiotico, a volte a ridosso della fissa, che mi si crea con la scrittura.

Macchine non siamo e per scrivere non abbiamo, ancora e per fortuna, tra le mani software capaci di assistere il processo creativo continuando a nutrirne e dettarne il divenire fintanto che arriva la corrente. Come tanti suoi fratelli che vanno già sulle gambe, un tale programmino garantirebbe il solito risultato finale scintilloso e perfettizzato, senza sgarro alcuno e con tutte le carte in regola per essere accolto nel pantheon dei prodotti ultimi. Per come amano correre le cose di oggi, è probabile che già da un pezzo stiano pulsando da qualche parte algoritmi capaci di mettere in piedi trame e caratterizzare personaggi, ciucciare in entrata materiale grezzo e buttar fuori strofe e capitoli, dialoghi e digressioni perfettamente rispondenti a settaggi e parametrizzazioni decisi a monte. Voi che dite, l’idea vi alletta? Tanto di cappello a chi riuscirà a sfornare una applicazione simile. A quel punto se si vorrà preservare la scrittura “biologica”, bisognerà costantemente tenere un occhio alle percentuali in cui la macchina e l’umano parteciperanno alla miscela demiurgica che avrà dato vita all’articolo, al poema, al romanzo. Ma la scrittura ha davvero bisogno di restare prerogativa umana?

Non ho l’occhio abbastanza lungo per immaginare una risposta, ma da persona che dice di amare l’imbrattare fogli, troverei frustrante, e non poco, attribuirmi la paternità di un qualcosa venuto fuori con la complicità invasiva di un processo automatico. I figli c’è più gusto farli alla vecchia maniera insomma: con molta probabilità non vedrò fruttare un solo centesimo da questa scellerata attività, ma almeno la soddisfazione che buona parte di essa è farina del mio sacco e sudore della mia fronte vorrei averla. Inoltre come molti altri esemplari della mia specie dissennata vorrei che, una volta tornato alla polvere, di me rimanesse una traccia vera ed autentica, con il mio odore addosso e risuonante della mia voce, intrisa dei miei vezzi e dei miei entusiasmi, dei miei fiaschi, delle mie corna rotte e delle mie aurore. Vorrei che alla fine fossero stati impressi su foglio quante più facce del diamante, quante più mappe di questo mondo che si agita dentro ad ognuno in modo diverso, irripetibile e unico. Potranno battaglioni di algoritmi e fiumane di codice garantirmi tutto questo? Anche se mi regalassero chiavi in mano la perfezione del risultato, rinuncerei. Non so che farmene della perfezione. Io non sono perfetto, io non so da che parte cominciare per fare i soldi, non so fottere il prossimo per arrivare e voglio che questo si sappia e si senta: mi basta essere così come sono per rappresentare alla perfezione la mia imperfezione. Mi piace andare avanti anche se tante volte c’è da farlo a testa bassa, sputando sangue e coltivando un briciolo di fede in ciò che faccio. So anche molto bene che tutto questo può non bastare, ma voglio comunque andare avanti perché tante altre volte tutto questo si è rivelato invece fondamentale e vitale perché la palla entrasse.

Ho detto di come temessi di andare a disseppellire vissuti tenuti blindati, ed il timore era fondato nella misura in cui quelle zone non erano state metabolizzate, rielaborate ed adeguatamente risolte nella loro natura dolorosa. Aspettare, perdere tempo nell’oggi mentre altrove un lievito ancestrale e innato faceva il suo lavoro, mi ha aiutato a compiere i passi necessari, trasportato dalla corrente in uno stato di semiconsapevolezza mentre intanto la materia emotiva mutava: era magmatica e bisognosa di raffreddarsi, sedimentava lontana da qualsiasi ulteriore speculazione per rivelarsi infine materiale maturo ed essenziale, scevro, pronto ad essere raggiunto attraverso il racconto, la rievocazione scritta ed essere quindi posato entro una stanza con porte e finestre spalancate; aria fresca libera di circolare, occhi e orecchi liberi di entrare e uscire, sbirciare o attardarsi in osservazioni più profonde e coinvolte. Se ieri temevo di non ricordare tutto e bene, oggi so che comunque c’è in canna l’essenziale, il dito fermo sul grilletto e la netta volontà di costruire il libro tenendo a mente i passi sui quali si sta costruendo l’uomo. Nessuna lacerazione o crollo o fallimento hanno il potere di arrestare il processo, proprio perché queste sono il processo stesso, l’humus sul quale coniare alfabeti e tracciare geografie, la vena buona del giacimento individuabile soltanto attraverso la sonda dell’umano pensare e dell’umano sentire. Altrimenti intangibile, irrappresentabile, irriproducibile.


2 commenti:

alessandro | marzo 26, 2010 4:08 AM

E questa è fresca di giornata.

http://www.repubblica.it/scienze/2010/03/26/news/arriva_il_robot_giornalista_fa_quasi_tutto_ma_non_pensa-2905266/

alessandra | aprile 05, 2010 10:31 AM

un software "story-maker": alcuni libri già mi danno l'impressione di essere stati generati secondo le regole della "trama perfetta". Ma non sono quelli che riscuotono il mio interesse, che s'appunta invece su quella devianza dalla linea di perfezione che racchiude l'essenza stessa dell'umanità.
Dacci news sul tuo libro, ogni tanto :-)
ale

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